Una gioventù sessuale liberata (o quasi)

Recensione di Thérèse Hargot Una gioventù sessuale liberata (o quasi) (ed. Sonzogno, 2017)

In Italia, i soggetti in carico agli Uffici di Servizio sociale per i minori (penitenziari, comunità, Centri di Prima accoglienza) per reati a sfondo sessuale, alla data del 31/12/2012, erano 1.017, di cui 211 stranieri e 806 italiani. Tra loro 995 sono maschi e 22 sono femmine (sono compresi Detenzione di materiale pornografico e Pornografia minorile). Di questi 1017 soggetti 579 sono colpevoli di violenza sessuale e 328 di violenza sessuale di gruppo. Di questi 1.017 ben 252 sono stati presi in carico per la prima volta nell’anno 2012. Sono coinvolte le province di tutta Italia. In Italia pochissime sono le ricerche che si sono occupate di affrontare il tema della violenza all’interno delle giovani coppie, ancora di meno gli studi che hanno specificatamente indagato le aggressioni sessuali, di varia natura, che in questo stesso contesto possono essere agite. I dati a disposizione sono allarmanti: il 16% dei 1553 ragazzi e ragazze fra i 12 e i 18 anni raggiunti nel 2014 da Telefono Azzurro e DoxaKids ha riferito di conoscere un coetaneo/a che ha raccontato di aver subito pressioni per avere approcci o rapporti sessuali non voluti.  (Fonti Globalist syndication e articolo di Laura Pomicino su Giulia Giornaliste.)

Questi dati sintetici ma significativi sono il motivo per il quale ho considerato utile e significativo recensire il testo di Thérèse Hargot Una gioventù sessuale liberata (o quasi).

La rivoluzione sessuale ha portato la liberazione da dogmi e tabù, da divieti e oppressioni psicologiche? A partire da questa domanda, oltre che dalle tante domande che le rivolgono ragazze e ragazzi durante i corsi, la sessuologa belga Thérèse Hargot invita a riflettere sul termine liberazione e libertà.

Se libertà significa poter scegliere, dice la dottoressa, allora siamo ben lontani dall’averla raggiunta! I ragazzi e le ragazze sono liberi di accedere a molti siti pornografici fin dall’età della scuola primaria: il risultato è che sono subissati di immagini che non sono pronti a capire ma che a livello inconscio stimolano in loro pulsioni fortissime e fuori dalla portata della loro età fisica e anche della realtà. Quand’anche infatti riescano a sperimentare con qualcuno quegli impulsi indotti, non sanno davvero cosa stiano facendo e non si mettono in relazione con la persona che hanno davanti, perché non sono ancora abbastanza maturi per farlo. Ne viene un senso di paura, frustrazione e di inadeguatezza. Non è una scelta libera e consapevole, tanto più che le immagini pornografiche creano dipendenza e paura di doversi per forza adeguare ai modelli imposti dalla moda culturale del momento.

Quanto ai numerosi corsi di educazione sessuale, si sono troppo spesso risolti in una banalizzazione della relazionalità e in una trasmissione di informazioni meramente igieniche e meccaniche. Questo approccio ha trasformato il sesso, nella visione degli adolescenti, in un’esperienza fisica standardizzata e obbligatoria da una parte e pericolosa dall’altra, essendoci troppo spesso, da parte dell’adulto, la sola preoccupazione di scongiurare malattie e gravidanze indesiderate. Minore libertà, in tale contesto, c’è per l’espressione di sé da parte del giovane, delle sue emozioni, delle sue ansie e, dove necessario, del bisogno di attesa di una maturazione più lenta e graduale.

La realtà della società italiana è quella di proporre quotidianamente una comunicazione eroticizzata, con costanti riferimenti sessuali senza  prevedere momenti di sensibilizzazione e informazione su questa tematica rivolti alle nuove generazioni. L’autrice descrive una realtà educativa francese dove l’educazione alla sessualità è maggiormente sostenuta e praticata ma questo non le impedisce di porsi la domanda. È questa la libertà a cui siamo arrivati? La sua esperienza di insegnante di corsi di educazione sessuale l’ha posta di fronte a come sia difficile rendersi conto di come una esperienza vissuta come liberatoria possa, con il tempo e i cambiamenti di contesto, diventare essa stessa uno stereotipo.

Attraverso il racconto di aneddoti e storie reali ci conduce a riflettere sulla cosiddetta liberazione sessuale delle donne e su che cosa resta del femminismo degli anni Settanta.

I differenti capitoli del libro sono strutturati sulle domande che ragazzi/ragazze hanno rivolto all’autrice. Domande circolari attraverso le quali Thérèse Hargot scrive della coppia, dello stare insieme solo per non stare soli, delle persone che fanno qualcosa solo per piacere alla propria metà. Ci parla di omosessualità, di come capire il proprio orientamento sessuale, delle malattie trasmissibili, dello sfruttamento del corpo, dell’aborto, della pillola, insomma di tantissime cose importanti e attuali, che fa sempre bene leggere e conoscere.

Marina Mariani

Mangiare in modo sano? Impariamolo con le fiabe

Educazione alimentare di bambini e adolescenti. Suggerimenti educativi nel libro di Teresa Denise Spagnoli. Le fiabe per imparare a mangiare in modo sano. Un aiuto per grandi e piccini, editore Le Comete Franco Angeli

Con Homus dieteticus abbiamo gettato uno sguardo nel mondo degli adulti. Ora proviamo immedesimarci nel mondo dei piccoli e degli adolescenti con questo libro di Teresa Denise Spagnoli (*).

Per una educazione alimentare piacevole

Come possiamo aiutare genitori, nonni a trasmettere una educazione alimentare sana, equilibrata? Come contrastare la pubblicità martellante di merendine, chips, bibite gasate senza inculcare l’ossessione delle calorie? Come rendere piacevole l’esperienza del cibo  attraverso un rapporto sensoriale, gustativo, esente da eccessi, coerente con le necessità nutrizionali e la salute? Queste sono alcune delle domande alle quali Teresa Denise Spagnoli cerca di rispondere in modo creativo ma rigorosamente scientifico.

Non è facile cambiare una abitudine alimentare, introdurre regole alimentari che possono contrastare la seduzione di bevande o cibi trendy, molti dei quali fungono da passepartout sociale sia per adulti che bambini.  Un esempio per tutti/tutte: le patatine fritte o le caramelle.

Il libro ha come obiettivo quello di fornire dei suggerimenti educativi alle famiglie che vogliono  trasmettere ai loro figli una alimentazione sana senza che questo diventi un elemento ossessivo del vivere quotidiano. Con il supporto di fiabe, tradizionali e non, l’autrice informa sui fondamenti nutrizionali che sono alla base di una sana alimentazione. Una delle principali motivazioni alla divulgazione di una alimentazione equilibrata proviene dai molti studi sull’educazione alimentare che evidenziano come una non corretta alimentazione influenzi negativamente i livelli di attenzione di alunni/alunne. Ma anche come una inappropriata ripartizione di energia nei diversi pasti, o  un apporto insufficiente di vitamine, sali minerali o alimenti poveri di nutrimenti protettivi possano avere un impatto non positivo sulla salute di bambini / bambine e per questo  come sia fondamentale attivare fin dall’infanzia una educazione alimentare sana e equilibrata.

Perché la fiaba?

La scelta è frutto dell’esperienza dell’autrice sul campo dell’educazione alimentare(*). La fiaba – spiega – è una narrazione di immediata comprensione per i nostri giovani ascoltatori.  Essa offre  grosse potenzialità in ambito relazionale e cognitivo specialmente se letta ad alta voce, Genitori ed educatori sono guidati a riscoprirne le potenzialità.

Leggere fiabe ad alta voce permette al bambino dal punto di vista relazionale di condividere emozioni e rafforzare il proprio legame con l’adulto e dal punto di vista cognitivo d’apprendere il lessico famigliare. Apprendendo il linguaggio dei genitori il bambino inizia ad comprendere la forma e la struttura di un testo trovandosi poi agevolato nell’apprendimento della lettura e della scrittura (ricerca dell’American Accademy of Pedriatries 2014).

Inoltre  la fiaba offre la possibilità di sviluppare la capacità di risolvere problemi. Le storie tradizionali pongono problemi (l’eore/eroina hanno sempre un compito da portare a temine), risolvono problemi (con aiutanti, pozioni, bacchette magiche) e vedono l’eroe/eroina protagonisti della soluzione. Una fiaba presenta sempre un contesto di equilibrio che viene interrotto da un incidente,  si causa una situazione di crisi che proietta l’ero/ l’eroina  in un contesto non conosciuto dove viene messo alla prova. Alla fine del racconto un nuovo equilibrio viene conquistato e il nostro eroe/ eroina scopre in se abilità che non pensava di possedere o ritorna a casa con nuove scoperte. Scrive Teresa Denise Spagnoli che i racconti più efficaci sono quelli che contendono messaggi positivi e che  hanno un lieto fine.

La fiaba offre la possibilità d’ esprimere un conflitto veicolando l’opportunità di una soluzione efficace per il/la protagonista. E’ questo il potenziale nascosto che ci permette di utilizzarle per affrontare insieme ai nostri bambini/e il loro rapporto con il cibo, le loro esplorazioni rispetto al gusto e l’orientamento alimentare

Fate vitamine e fame da orsi

Teresa Denise Spagnoli ci dice che le fiabe più utili per educare i bambini, ad una sana alimentazione, sono quelle che contengono messaggi positivi collegati al cibo: “per esempio il protagonista mangiando un cibo sano cresce, libera un castello da un incantesimo”.

Attraverso la fiaba l’autrice affronta i temi fondamentali di una sana alimentazione e suggerimenti per una corretta distribuzione dei pasti durante la giornata. Nell’incontro con le fate vitamine imparo a sperimentare nuovi sapori. In “colazioni da fiaba” con Aurora esploro il regno del ghiaccio, in una fame da orso faccio la conoscenza di una palla di pelo, senza per questo dimenticare Dorino e lo scrigno dei ricordi perduti o il gran Ballo di mezza estate.

Ciascun capitolo offre tappe di un percorso che, a partire dalle evidenze scientifiche, conduce il lettore ad apprendere gli strumenti per impiegare al meglio le fiabe e sviluppare, attraverso il coinvolgimento, una equilibrata nutrizione nei bambini e negli adolescenti. Ogni capitolo è corredato da una scheda per bambini collegata alla fiaba, letta e condivisa, una scheda per educatori (per rielaborare le fiabe) e una scheda mamma/papà, nonni con molti consigli pratici  per riuscire a mettere in pratica le indicazioni nutrizionali del libro.

Consigli di lettura

Per chi  vuole approfondire mondo della fiaba
•       Morfologia della fiaba Vladimir Propp ed. Einaudi
•       Il mondo Incantato Bruno Bettelheim  ed. Feltrinelli
•       Le Fiabe Italiane Italo Calvino ed. Mondori
•       Fiabe Grimm. J.- Grimm. W ed. Einaudi

Per chi ha curiosità in campo nutrizionale
•       Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, Tabelle di composizione degli alimenti Edizioni EDRA 2000
•       Cura delle malattie con ortaggi frutta e cereali Jean Valnet  ed AldoMartello- Giunti
•       Mangiare Meditterraneo Alimentazione biologica e cucina energetica Giulia Fulghesu ed tecniche nuove

Per gli amanti dei racconti culinari un piccolo assaggio
•       Estasi culinarie Muriel Barbery ed tascabili e/o
•       Ratatouille https://www.youtube.com/watch?v=ujmOP4_k7-Q

*Teresa Denise Spagnoli, dirigente medico del Servizio Sanitario Nazionale in Scienza dell’Alimentazione e Dietetica, si occupa da anni dell’educazione alimentare dei bambini. Per il lavoro di ricerca, svolto nell’ambito della Nutrizione e dell’Alimentazione, ha ricevuto nel 2011 il “Premio Professionista della Nutrizione” al 5° Forum Internazionale di Nutrizione Pratica.
Cesare Lo Monaco (César), ‘autore dei disegni, è illustratore, fumettista e umorista, presente nel Dizionario degli Illustratori contemporanei www.cesarlomonaco.it

#cibo, #salute infanzia; #imparare dalle fiabe; #educazione alimentare; #mangiare in modo sano; #alimentazione

Procreazione assistita, infertilità, maternità e amore

La Procreazione medicalmente assistita (PMA) è raccontata in questo libro di Nicole Vian e Anna Marzoli in modalità molto interessante. Sono infatti collegate tra loro la narrazione ed esperienza biomedica con quella autobiografica, senza perdere di vista lo scopo di fornire informazioni utili e condivisibili alle coppie che devono effettuare la scelta della procreazione assistita (PMA).

Do i numeri perché cerco te. Storie vere di procreazione assistita, infertilità, maternità e amore (Armando, 2017)

“Cerchiamo al di là della nostra imperfetta grammatica un perfetto significato”

Nel 1994, sotto l’egida delle Nazioni Unite, la International Conference on Population and Developement (I.C.P.D.) ha stabilito il diritto delle persone a ricevere cure mediche in caso di infertilità e in tutti quei casi dove si incontra difficoltà o impossibilità a procreare. Una delle tecniche biomediche che può fornire questa possibilità è la FIVET (Fecondazione in vitro) oppure fecondazione assistita.

Come la Fivet (o fecondazione assistita), anche le altre tecniche utilizzate nella procreazione medicalmente assistita sono descritte sotto molteplici sfaccettature a seconda dell’interlocutore.

Procreazione assistita e infertilità tra linguaggio specialistico e narrazione autobiografica

Se a parlarne sono gli specialisti del settore (biologi/biologhe/ginecologi/ginecologhe) il linguaggio sarà attraversato da numeri e termini specialistici per indicare i differenti momenti del processo. Invece, il linguaggio delle coppie, direttamente coinvolte nel processo di Fecondazione in vitro è disseminato da dubbi, domande e attraversato da forti emozioni. Per gli operatori bio/sanitari può essere una esperienza professionale che offre soddisfazioni personali e di equipe mentre per le coppie  che ci si avvicinano per necessità e per la collettività (in particolare in Italia) può essere un processo differente da quello immaginato, non sempre le informazioni sui depliant dei Centri diprocreazione assistita, riescono a far comprendere quale sia l’investimento psicofisico ed emotivo che il processo di PMA (procreazione assistita) comporta. Questo accade anche per l‘infertilità dove non è semplice avere informazioni adeguate in tempo utile.

Il libro di Nicole Vian e Anna Marzoliha il pregio di rendere chiaro il processo, le difficoltà, le problematiche della procreazione assistita e dona volto concreto all’impatto dell’infertilità nel rapporto di coppia.  Il libro Do i numeri perché cerco te attraverso la narrazione biografica racconta in prima persona questa esperienza.  Due sono le autobiografie che in un dialogo a quattro mani portano alla luce l’imperativo categorico di essere madre. E’ un viaggio nel profondo “blu” (dolore) tra equazioni algebriche, paura e speranza per rendere testimonianza di come si può  saper rinascere, comprendere, abbracciare.

“Dalla presenza nella vita della speranza, nel rientrare fino in fondo, fino a quando non si riesce ad essere madri. Madri di figli vivi. Madri come le madri —- senza procreazione assistita”

Il valore della testimonianza autentica

Il pregio di questo libro è di dare voce a questo processo. La prima parte è costituita dalla scrittura autobiografica.

La seconda parte, costruita per saggi brevi, affronta dal punto di vista ginecologico, psicologico le problematiche dell’infertilità, della scelta di essere genitori attraverso PMA e relativo impatto sulla vita di coppia. Psicologi/ghe, ginecologi/ghe, medici e psicoterapeuti affrontano temi cruciali dell’infertilità e dei vissuti emotivi che suscita, la gestione dei ruoli di coppia senza trascurare approfondimenti come la gravidanza dopo il cancro.

Il tema dell’infertilità è affrontato nelle sue molte sfaccettature a partire dalle cause, alle metodiche diagnostiche senza trascurare le implicazioni sulla sessualità di coppia. Si enunciando gli aspetti positivi e negativi del processo, compresa la complessa situazione del lutto perinatale.

Le due parti del libro sono collegate tra di loro da un testo, definito “una parentesi” tonda, come la pancia e le curve del cuore delle donne, in cui si affronta il delicato tema dell’adozione, come altro percorso possibile per donarsi al mondo come madri. Incastonato tra le due differenti narrazioni (quella scientifica ed esperienziale) diventa una interessante riflessione sulla maternità.

A completare i ricchi testi, è fornita una breve ma utile appendice medica.

Do i numeri perché cerco te. Storie vere di procreazione assistita, infertilità, maternità e amore
di Nicole Vian e Anna Marzoli
Ed. Armando, 2017
160 p., 20€

Recensione di Marina Mariani

La cartella parallela nella medicina narrativa

Rita Charon, una delle maggiori studiose di Medicina Narrativa (vedi anche “Che cos’è la medicina narrativa?” e “Malattia come opportunità?“) propone l’utilizzo di una cartella parallela. Si tratta di uno strumento complementare alla cartella clinica, il tradizionale documento che accompagna il/la paziente nel suo iter di cura.

La cartella clinica

La cartella clinica è uno strumento di lavoro fondamentale perché permette il passaggio di conoscenze e informazioni sullo stato di salute del/la paziente, principalmente concentrata sui dati biomedici. Costituisce anche l’atto attraverso cui avviene il rimborso del ricovero sanitario.

La cartella parallela

La cartella parallela è uno spazio complementare che raccoglie sia il modo di vivere, di pensare del paziente preso in carico ma anche le sensazioni, impressioni, reazioni, riflessione del medico. Per questo è uno spazio di scrittura “integrativa”.

La cartella parallela è solitamente una pagina bianca, uno spazio di scrittura dove il curante (Medico) scrive le sue impressioni evocate dal paziente, e anche i fatti, non solo quelli clinici, ma anche le vicende umane del paziente, del contesto organizzativo (es. reparto), la rete sociale, famigliare.

E’ uno strumento che pone l’attenzione sull’esperienza del medico che si trova, attraverso annotazioni scritte, a “mettere a nudo” il vissuto sia nel proprio contesto lavorativo che nelle dinamiche di comunicazione ed interazione agite nella relazione con il paziente.

Nella cartella parallela si scrive in lingua corrente ciò che la relazione col paziente provoca nel medico utilizzando qualsiasi mezzo linguistico: metafore, brevi flash, o annotazioni per descrivere e prendere nota dell’impatto del paziente sul medico.

Non è uno scritto intimo ma è una scrittura che parlando degli impatti del paziente sulla relazione medico/paziente può raccontare di sé (Medico), di quelle parti che entrano in gioco al di là del ruolo funzionale. Con ogni paziente entra in gioco un sé differente e differenti parti di noi. E’ la relazione che intercorre tra medico e paziente che diventa guida dell’esperienza di diagnosi o di cura.

A cosa serve la cartella parallela

La cartella parallela aiuta ad essere centrati sul paziente e consente di tenere conto del suo desiderio di condividere le informazioni e decisioni. Essa  offre l’opportunità  d’esplorare l’esperienza  della malattia non solo dal punto di vista della diagnosi ma anche dal punto di vista del paziente, trovare un terreno  comune tra medico e paziente  (partnership) nella definizione del percorso di cura.  La cartella parallela  consente di mettere a fuoco problemi, priorità, obiettivi, i rispettivi  ruoli, comprendere  la persona nella sua totalità (incluse le sue emozioni ) e il suo contesto  (la famiglia  e gli effetti che la malattia ha sulla sua vita). Inoltre permette di raccogliere  le idee del paziente a proposito del problema e le  sue sensazioni, di ascoltare che cosa  si aspetta dalla visita medica e quali informazioni desidera.

La funzione della cartella parallela nel colloquio diagnostico

•      Nel colloquio diagnostico le narrazioni  che si possono ascoltare e sintetizzare costituiscono la forma entro cui il paziente sperimenta e descrive il proprio malessere

•      un interscambio relazionale favorisce l’empatia e la comprensione tra medico paziente

•      permette la costruzione di significati

•      fornisce utili indizi e classificazioni

•      può fornire informazione, elementi di confronto e presa di consapevolezza tra gli operatori di un team di cura

Quale è la funzione della Cartella Parallela nell’interazione tra paziente e  professionisti

•      lo scambio di narrazioni agevola il ricordo di passaggi complessi

•      da voce all’esperienza

•      potenzia la riflessione

Le narrazioni scritte all’interno della cartella parallela possono quindi diventare uno strumento di presa di consapevolezza più ampio, con ogni paziente entrano in gioco  fattori relazionali e variabili differenti che stimolano modalità  relazionali diverse; più è costante l’utilizzo della cartella parallela, maggiori sono gli aspetti che possono emergere inerenti alle modalità di comunicazione agite, da quelli più contestualizzati ad una specifica relazione di cura, ad elementi di riflessione e presa di consapevolezza relativi ai propri atteggiamenti.

Libri sulla medicina narrativa

Charon R., Narrative medicine: honoring the stories of illness, Oxford University Press, 2006

Charon R., Narrative Medicine. A model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust, American Medical Association, 2001

[PDF] 2001 Narrative http://www.cnopus.it/file/assistenza2014/chesi_mednar.pdf

Marina Mariani

4/10/2018

Malattia come opportunità?

Dopo avere spiegato in un post precedente che cosa è la medicina narrativa, riflettiamo sul rapporto tra scrittura d’esperienza e racconto autobiografico e medicina narrativa a partire da una proposta editoriale del Corriere della sera. Una proposta interessante ma che che va letta alla luce del fatto che il puro e semplice racconto da parte del malato della sua esperienza della malattia, infatti, non avvia di per sé un processo riflessivo.  Vediamo perché.

Malattia come opportunità?

In queste settimane il Corriere della Sera, all’interno dell’inserto Corriere Salute, ha aperto un blog multi-autore dal titolo Malattia come opportunità con l’obiettivo di aprire un confronto con le persone malate e gli operatori sanitari. Il proponimento del Corriere Salute  è sfidante: “considerare il rovescio della medaglia della malattia, valutata non solo come aspetto negativo ma anche come opportunità di stimoli, di aspetti positivi”.

Lo spunto del progetto proviene dall’ambiente dei professionisti della cura e l’elemento di interesse per quanto mi concerne sta nel fatto che la  richiesta di narrazioni è rivolta sia alle persone malate sia ai professionisti della salute e della cura. I medici sono invitati a raccogliere testimonianze di persone malate per farne oggetto di riflessione personale e anche di studio.

Questa  modalità di considerare la medicina narrativa come veicolo di riflessione e di studio mi ha riportato alla mente un enunciato di Laura Formenti:

La risorsa più preziosa nell’educare un soggetto adulto è la sua esperienza. Oggi sempre più, con sempre maggiore forza e convinzione, chi fa formazione proporne attività e laboratori nei quali si impara – riflessivamente – da quello che si è già fatto, detto, pensato, provato.” (1)

Ora questa modalità di scrittura, in ambito formativo, viene definita “scrittura esperienza” ad orientamento biografico.

Che cosa è la scrittura d’esperienza?

E’ una esperienza di scrittura che offre l’opportunità di mettere in ordine in ogni suo aspetto (cognitivo, emotivo, psichico, fisico) gli avvenimenti vissuti e l’ esperienze personali siano esse di vita o professionali.

In ambito formativo e non solo, l’orientamento autobiografico pone l’accento su un apprendimento adulto, apprendimento che si esplica  attraverso pratiche riflessive, narrative, di reciprocità.

Esse si caratterizzano per la presenza di quattro criteri generali:

  • la fiducia nella competenza dei soggetti al di là di ogni ambito specialistico (criterio dell’autonomia organizzativa);
  • il riconoscimento dei processi di apprendimento intrinseci, auto-generati, soprattutto nelle condizioni e fasi “di transizione” come può essere una esperienza di malattia (criterio di improvvisazione biografica)
  • la circolarità e la reciprocità costruttiva tra ricerca, formazione ed esperienza di vita, tra processi di costruzione di senso ed esperienza vissuta (criterio dell’interdipendenza apprenditiva).

L’attenzione è posta sull’auto-apprendimento.

Come scrive Laura Formenti, “il soggetto adulto non riceve una educazione, ma semmai vi entra come in un contesto che lo riconnette alla propria educabilità” 

Da questo punto di vista possiamo definire come “autobiografico” ogni metodo volto a cogliere la soggettività, l’unicità, la vitalità del soggetto adulto e delle sue esperienze di trasformazione ed espressione di sé, compreso le pratiche di attribuzione di senso delle esperienze stesse.

La scrittura di esperienza è un metodo che può esprimersi attraverso la narrazione, spontanea o suscitata, continuativa o occasionale, fatta per sé o fatta per gli altri, di micro eventi significativi e ben focalizzati oppure diventare un percorso di riflessione della propria vita, composta non solo di fatti e di episodi, ma  anche di sensazioni, valutazioni, giudizi, pensieri, emozioni e sentimenti.

Medicina narrativa e scrittura d’esperienza

Tenendo conto delle premesse sopra descritte possiamo inserire la medicina narrativa nel campo delle scritture di esperienza. Ma il puro e semplice racconto da parte del malato della sua esperienza della malattia non avvia di per sé un processo riflessivo. Il racconto è l’indispensabile passo ma affinché ci sia riconoscimento dei processi di apprendimento occorre che la narrazione non sia unidirezionale (medico/paziente) ma circolare (paziente/medico-medico/paziente) per riflettere sul senso comune della medicina, su quali siano le credenze e/o miti che possono ostacolare o migliorare la relazione processo di compliance sia da parte del medico sia da parte del paziente e della sua rete sociale.

E’ all’interno di questa cornice relazionale (medico/paziente) che possiamo considerare la narrazione in medicina (narrative-based-medicine) una prassi medica esattamente come l’anamnesi tradizionale o l’esame obiettivo. La medicina narrativa è un pratica dove il paziente non è un “caso” né un oggetto di narrazione ma un narratore che oltre ad essere portatore di esperienze e conoscenze è impegnato a riscoprire il senso del vivere, a individuare una via d’uscita al “per sempre” della malattia cronica.  Il solo approccio biomedico focalizzato sulla diagnosi si trova a mancare il bersaglio poiché  la scienza è attenta a ciò che il corpo “fa e produce” è poco focalizzata sulla fiducia nella competenza dei soggetti a individuare nuovi significati che permettono  di simbolizzare la sofferenza e possibilmente riscoprire il senso del vivere.

Per approfondire

Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi Torino 1995

Laura Formenti, La formazione autobiografica. Confronti tra modelli e riflessioni tra teoria e prassi, Guerini Studio 1998; (1)

Laura Formenti, Linden West Before, Beside and After (beyond) the Biographical Narrative editoreNisaba Verlag, 2016

B.J. Good Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico-paziente tr. Edizioni di Comunità Torino 1999